— 199 —
      Armesso. Pia- e santamente. Or che rispondete a quel
che dicono, che voi siete un rabbioso cinico?
      Filoteo. Concederò facilmente, se non tutto, parte di
questo.
      Armesso. Ma sapete che non è vituperio ad un uomo
tanto di ricevere oltraggi, quanto di farne?
      Filoteo. Ma basta che gli miei sieno chiamati vendette,
e gli altrui sieno chiamati offese.
      Armesso. Anco gli Dei son suggetti a ricevere ingiurie,
patir infamie e comportar biasimi: ma biasimare, infamare
e ingiuriare è proprio de' vili, ignobili, dappoco e scelerati.
      Filoteo. Questo è vero; però noi non ingiuriamo, ma ributtiamo
l'ingiurie, che son fatte non tanto a noi, quanto
a la filosofia spreggiata, con far di modo ch'agli ricevuti
dispiaceri non s'aggionganno degli altri.
      Armesso. Volete, dunque, parer cane che morde, a
fin che non ardisca ognuno di molestarvi?
      Filoteo. Cossí è, perché desidero la quiete, e mi dispiace
il dispiacere.
      Armesso. Sí, ma giudicano che procedete troppo rigorosamente.
      Filoteo. A fine che non tornino un'altra volta essi, ed
altri imparino di non venir a disputar meco e con altro,
trattando con simili mezzi termini queste conclusioni.
— 200 —
      Armesso. La offesa fu privata, la vendetta è publica.
      Filoteo. Non per questo è ingiusta; perché molti errori
si commettono in privato, che giustamente si castigano in
publico.
      Armesso. Ma con ciò venite a guastare la vostra riputazione,
e vi fate piú biasimevole che coloro; perché publicamente
se dirà che siete impaziente, fantastico, bizarro,
capo sventato.
      Filoteo. Non mi curo, pur che oltre non mi siano essi
o altri molesti; e per questo mostro il cinico bastone, acciò
che mi lascino star co' fatti miei in pace; e se non mi vogliono
far carezze, non vegnano ad esercitar la loro inciviltà
sopra di me.
      Armesso. Or vi par che tocca ad un filosofo di star su la
vendetta?
      Filoteo. Se questi che mi molestano fussero una Xantippe,
io sarei un Socrate.
      Armesso. Non sai che la longanimità e pazienza sta
bene a tutti, per la quale vegnano ad esser simili agli eroi
ed eminenti Dei; che, secondo alcuni, si vendicano tardi,
e, secondo altri, né si vendicano né si adirano?
      Filoteo. T'inganni pensando ch'io sia stato su la vendetta.
      Armesso. E che dunque?
      Filoteo. Io son stato su la correzione, nell'esercizio della
quale ancora siamo simili agli Dei. Sai che il povero Vulcano
è stato dispensato da Giove di lavorare anco gli giorni di
festa; e quella maladetta incudine non si lassa o stanca
mai a comportar le scosse di tanti e sí fieri martelli, che non
sí tosto è alzato l'uno che l'altro è chinato, per far che gli
— 201 —
giusti folgori, con gli quali gli delinquenti e rei si castigheno,
non vegnan meno.
      Armesso. È differenza tra voi e il fabro di Giove e
marito della ciprigna dea.
      Filoteo. Basta che ancora non son dissimile a quelli
forse nella pazienza e longanimità; la quale in quel fatto
ho essercitata, non rallentando tutto il freno al sdegno, né
toccando di piú forte sprone l'ira.
Bruno Causa 199-200-201