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      Mio passar solitario, a quelle parti,
A quai drizzaste già l'alto pensiero,
Poggia infinito, poi che fia mestiero
A l'oggetto agguagliar l'industrie e l'arti.
      Rinasci là; là su vogli'allevarti
Gli tuoi vaghi pulcini, omai ch'il fiero
Destin av'ispedito il corso intiero
Contra l'impresa, onde solea ritrarti.
      Vanne da me, che piú nobil ricetto
Bramo ti godi; e arrai per guida un dio,
Che da chi nulla vede è cieco detto.
      Il ciel ti scampi, e ti sia sempre pio
Ogni nume di questo ampio architetto;
E non tornar a me, se non sei mio.


      ***
      Uscito de priggione angusta e nera,
Ove tant'anni error stretto m'avinse,
Qua lascio la catena, che mi cinse
La man di mia nemica invid'e fera.
      Presentarmi a la notte fosca sera
Oltre non mi potrà, perché chi vinse
Il gran Piton, e del suo sangue tinse
L'acqui del mar, ha spinta mia Megera.
      A te mi volgo e assorgo, alma mia voce:
Ti ringrazio, mio sol, mia diva luce;
Ti consacro il mio cor, eccelsa mano,
      Che m'avocaste da quel graffio atroce,
Ch'a meglior stanze a me ti festi duce,
Ch'il cor attrito mi rendeste sano.


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      ***
      E chi mi impenna, e chi mi scalda il core?
Chi non mi fa temer fortuna o morte?
Chi le catene ruppe e quelle porte,
Onde rari son sciolti ed escon fore?
      L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore,
Figlie ed armi del tempo, e quella corte
A cui né ferro, né diamante è forte,
Assicurato m' han dal suo furore.
      Quindi l'ali sicure a l'aria porgo;
Né temo intoppo di cristallo o vetro,
Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo.
      E mentre dal mio globo a gli altri sorgo,
E per l'eterio campo oltre penetro:
Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo.


Bruno Inf 364-365