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Di maniera
che megliormente intese Democrito ed Epicuro che vogliono
tutto per infinito rinovarsi e restituirsi, che chi si forza
di salvare eterno la costanza de l'universo, perché medesimo
numero a medesimo numero sempre succeda e medesime parti
di materia con le medesime sempre si convertano. Or provedete,
signori astrologi, con li vostri pedissequi fisici, per
que' vostri cerchi che vi discriveno le fantasiate nove sfere
mobili; con le quali venete ad impriggionarvi il cervello di sorte
che me vi presentate non altrimente che come tanti papagalli
in gabbia, mentre raminghi vi veggio ir saltellando, versando
e girando entro quelli. Conoscemo che sí grande imperatore
non ha sedia sí angusta, sí misero solio, sí arto tribunale, sí
poco numerosa corte, sí picciolo ed imbecille simulacro, che
un fantasma parturisca, un sogno fracasse, una mania ripare,
una chimera disperda, una sciagura sminuisca, un misfatto
ne toglia, un pensiero ne restituisca; che con un soffio si colme
e con un sorso si svode; ma è un grandissimo ritratto, mirabile
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imagine, figura eccelsa, vestigio altissimo, infinito ripresentante
di ripresentato infinito, e spettacolo conveniente all'eccellenza
ed eminenza di chi non può esser capito, compreso,
appreso. Cossí si magnifica l'eccellenza de Dio, si manifesta
la grandezza de l'imperio suo: non si glorifica in uno, ma in
soli innumerabili: non in una terra, un mondo, ma in diececento
mila, dico in infiniti. Di sorte che non è vana questa
potenza d'intelletto, che sempre vuole e puote aggiungere
spacio a spacio, mole a mole, unitade ad unitade, numero a
numero, per quella scienza che ne discioglie da le catene di
uno angustissimo, e ne promove alla libertà d'un augustissimo
imperio, che ne toglie dall'opinata povertà ed angustia alle
innumerevoli ricchezze di tanto spacio, di sí dignissimo campo,
di tanti coltissimi mondi; e non fa che circolo d'orizonte,
mentito da l'occhio in terra e finto da la fantasia nell'etere
spacioso, ne possa impriggionare il spirto sotto la custodia d'un
Plutone e la mercé d'un Giove. Siamo exempti da la cura d'un
tanto ricco possessore e poi tanto parco, sordido ed avaro
elargitore, e dalla nutritura di sí feconda e tuttipregnante e
poi sí meschina e misera parturiscente natura.
Bruno Inf 361-362