— 191 —
dialogo primo
interlocutori

Elitropio, Filoteo, Armesso

      Elitropio. Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati
dal fondo di qualche oscura torre, escono alla luce, molti
degli essercitati nella volgar filosofia ed altri paventaranno,
admiraranno e, non possendo soffrire il nuovo sole de' tuoi
chiari concetti, si turbaranno.
— 192 —
      Filoteo. Il difetto non è di luce, ma di lumi: quanto in
sé sarà piú bello e piú eccellente il sole, tanto sarà agli occhi
de le notturne strige odioso e discaro di vantaggio.
      Elitropio. La impresa che hai tolta, o Filoteo, è difficile,
rara e singulare, mentre dal cieco abisso vuoi cacciarne e
amenarne al discoperto, tranquillo e sereno aspetto de le
stelle, che con sí bella varietade veggiamo disseminate per
il ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini soli l'aitatrice
mano di tuo piatoso zelo soccorra, non saran però meno
varii gli effetti de ingrati verso di te, che varii son gli animali
che la benigna terra genera e nodrisce nel suo materno
e capace seno; se gli è vero che la specie umana, particularmente
negl'individui suoi, mostra de tutte l'altre
la varietade per esser in ciascuno piú espressamente il
tutto, che in quelli d'altre specie. Onde vedransi questi
che, qual'appannata talpa, non sí tosto sentiranno l'aria
discorperto, che di bel nuovo, risfossiccando la terra,
tentaranno agli nativi oscuri penetrali; quelli, qual notturni
ucelli, non sí tosto arran veduta spuntar dal lucido oriente
la vermiglia ambasciatrice del sole, che dalla imbecillità
degli occhi suoi verranno invitati alla caliginosa ritretta.
Gli animanti tutti, banditi dall'aspetto de le lampadi celesti
e destinati all'eterne gabbie, bolge ed antri di Plutone,
dal spaventoso ed erinnico corno d'Alecto richiamati,
apriran l'ali e drizzaranno il veloce corso alle lor stanze.
Bruno Causa 191-192