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      Nel Quarto dialogo son figurate ed alcunamente
ispiegate le nove raggioni della inabilità, improporzionalità e
difetto dell'umano sguardo e potenza apprensiva de cose divine.
Dove nel primo cieco, che è da natività, è notata la raggione
ch'è per la natura che ne umilia ed abbassa. Nel secondo,
cieco per il tossico della gelosia, è notata quella ch'è per l'irascibile
e concupiscibile che ne diverte e desvia. Nel terzo,
cieco per repentino apparimento d'intensa luce, si mostra
quella che procede dalla chiarezza de l'oggetto che ne abbaglia.
Nel quarto, allievato e nodrito a lungo a l'aspetto del
sole, quella che da troppo alta contemplazione de l'unità che
ne fura alla moltitudine. Nel quinto, che sempre mai
ha gli occhi colmi de spesse lacrime, è designata l'improporzionalità
de mezzi tra la potenza ed oggetto che ne impedisce.
Nel sesto, che per molto lacrimar ave svanito l'umor
organico visivo, è figurato il mancamento de la vera pastura
intellettuale che ne indebolisce. Nel settimo, cui gli
occhi sono inceneriti da l'ardor del core, è notato l'ardente
affetto che disperge, attenua e divora tal volta la potenza
discretiva. Nell'ottavo, orbo per la ferita d'una punta
di strale, quello che proviene dall'istesso atto dell'unione
della specie de l'oggetto; la qual vince, altera e corrompe
la potenza apprensiva, che è suppressa dal peso e cade sotto
l'impeto de la presenza di quello; onde non senza raggion
talvolta la sua vista è figurata per l'aspetto di folgore penetrativo.
Nel nono, che per esser mutolo non può ispiegar
la causa della sua cecitade, vien significata la raggion de le
raggioni, la quale è l'occolto giudicio divino che a gli uomini
ha donato questo studio e pensiero d'investigare, de sorte
che non possa mai gionger piú alto che alla cognizione della
sua cecità ed ignoranza, e stimar piú degno il silenzio ch'il
parlare. Dal che non vien iscusata né favorita l'ordinaria
ignoranza; perché è doppiamente cieco chi non vede la sua
cecità: e questa è la differenza tra gli profettivamente studiosi
e gli ociosi insipienti: che questi son sepolti nel letargo della
privazion del giudicio di suo non vedere, e quelli sono accorti,
svegliati e prudenti giudici della sua cecità, e però son nell'inquisizione
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e nelle porte de l'acquisizione della luce, delle
quali son lungamente banditi gli altri.
Bruno Furori 942-943