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Argomento del quinto dialogo.

      Nel principio del quinto dialogo si presenta un dotato di
piú felice ingegno; il qual, quantunque nodrito in contraria
dottrina, per aver potenza di giudicar sopra quello ch'ave
udito e visto, può far differenza tra una ed un'altra disciplina,
e facilmente si rimette e corregge. Si dice chi sieno quei a' quali
Aristotele pare un miracolo di natura, atteso che coloro che
malamente l'intendeno e hanno l'ingegno basso, magnificamente
senteno di lui. Perché doviamo compatire a simili, e
fuggir la lor disputazione, per ciò che con essi non vi è altro
che da perdere.
      Qua Albertino, nuovo interlocutore, apporta dodici argumenti,
ne li quali consiste tutta la persuasione contraria alla
pluralità e moltitudine di mondi. Il primo si prende da
quel, che estra il mondo non s'intende loco né tempo né vacuo
né corpo semplice, né composto. Il secondo, da l'unità
del motore. Il terzo, da luoghi de corpi mobili. Il quarto,
dalla distanza de gli orizonti dal mezzo. Il quinto, dalla
contiguità de piú mondi orbiculari. Il sesto, da spacii
triangulari che causano con il suo contatto. Il settimo,
dall'infinito in atto, che non è, e da un determinato numero,
che non è piú raggionevole che l'altro. Da la qual raggione noi
possiamo non solo equalmente, ma e di gran vantaggio inferire,
che per ciò il numero non deve essere determinato, ma infinito.
L'ottavo, dalla determinazione di cose naturali e dalla
potenza passiva de le cose, la quale alla divina efficacia ed
attiva potenza non risponde. Ma qua è da considerare che è
cosa inconvenientissima, che il primo ed altissimo sia simile
ad uno ch'ha virtú di citarizare e, per difetto ci citara, non
citareggia; e sia uno che può fare, ma non fa, perché quella
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cosa che può fare, non può esser fatta da lui. Il che pone una
piú che aperta contradizione, la quale non può essere non
conosciuta, eccetto che da quei che conoscono niente. Il nono,
dalla bontà civile che consiste nella conversazione. Il decimo,
da quel, che per la contiguità d'un mondo con l'altro
séguita, che il moto de l'uno impedisca il moto de l'altro.
L'undecimo, da quel, che, se questo mondo è compíto
e perfetto, non è dovero che altro o altri se gli aggiunga o aggiungano.
Bruno Inf 358-359