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Argumento del quarto dialogo.

      Nel seguente dialogo prima si replica quel ch'altre volte
è detto, come sono infiniti gli mondi, come ciascun di quelli
si muova e come sia formato. Secondo, nel modo con
cui, nel secondo dialogo, si sciolsero le raggioni contra l'infinita
mole o grandezza de l'universo, dopo che nel primo
con molte raggioni fu determinato l'inmenso effetto dell'inmenso
vigore e potenza; al presente, dopo che nel terzo dialogo
è determinata l'infinita moltitudine de mondi, si scioglieno le
molte raggioni d'Aristotele contro quella, benché altro significato
abbia questa voce mondo appresso Aristotele, altro
appresso Democrito, Epicuro ed altri.
      Quello dal moto naturale e violento, e raggioni de l'uno
e l'altro che son formate da lui, vuole che l'una terra si derrebe
muovere a l'altra; e con risolvere queste persuasioni prima,
si poneno fondamenti di non poca importanza per veder gli
veri principii della natural filosofia. Secondo, si dechiara
che, quantunque la superficie d'una terra fusse contigua a
l'altra, non averrebe che le parti de l'una si potessero muovere
a l'altra, intendendo de le parti eterogenee o dissimilari, non
de gli atomi e corpi semplici; onde si prende lezione di meglio
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considerare circa la natura del grave e lieve. Terzo, per
qual caggione questi gran corpi sieno stati disposti da la natura
in tanta distanza, e non sieno piú vicini gli uni e gli altri,
di sorte che da l'uno si potesse far progresso a l'altro; e quindi,
da chi profondamente vede, si prende raggione per cui non
debbano esser mondi come nella circonferenza dell'etere, o
vicini al vacuo tale in cui non sia potenza, virtú ed operazione;
perché da un lato non potrebono prender vita e lume.
Quarto, come la distanza locale muta la natura del corpo,
e come non; ed onde sia che, posta una pietra equidistante da
due terre, o si starebbe ferma, o determinarebbe di moversi
piú tosto a l'una che a l'altra. Quinto, quanto s'inganni
Aristotele per quel che in corpi, quantunque distanti, intende
appulso di gravità o levità de l'uno all'altro; ed onde proceda
l'appetito di conservarsi nell'esser presente, quantunque ignobile,
ne le cose: il quale appetito è causa della fuga e persecuzione.
Sesto, che il moto retto non conviene né può esser
naturale a la terra o altri corpi principali, ma a le parti di
questi corpi che a essi da ogni differenza di loco, se non son
molto discoste, si muoveno. Settimo, da le comete si
prende argomento che non è vero che il grave, quantunque
lontano, abbia appulso o moto al suo continente. La qual
raggione corre non per gli veri fisici principii, ma dalle supposizioni
della filosofia d'Aristotele, che le forma e compone
da le parti che sono vapori ed exalazioni de la terra. Ottavo,
a proposito d'un altro argomento, si mostra come gli corpi
semplici, che sono di medesima specie in altri mondi innumerabili,
medesimamente si muovano; e qualmente la diversità
numerale pone diversità de luoghi, e ciascuna parte abbia il
suo mezzo e si referisca al mezzo commune del tutto; il quale
mezzo non deve essere cercato nell'universo. Nono, si determina
che gli corpi e parti di quelli non hanno determinato
su e giú, se non in quanto che il luogo della conversazione è
qua o là. Decimo, come il moto sia infinito, e qual mobile
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tenda in infinito ed a composizioni innumerabili, e che non
perciò séguita gravità o levità con velocità infinita; e che il
moto de le parti prossime, in quanto che serbino il loro essere,
non può essere infinito; e che l'appulso de parti al suo continente
non può essere se non infra la regione di quello.
Bruno Inf 356-357-358